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dei liberi pensatori

di Carlo Cremonesi

L'Italia è stata ed è terra di migrazione. Ignorare questo semplice dato significa precludersi la comprensione di quanto accade oggi nel nostro paese. La nostra Storia, che si intreccia con quella europea e non solo, registra il passaggio da terra di rilevante emigrazione a terra di immigrazioni in un arco di tempo relativamente breve, con un'iniziale disattenzione a questa dinamica da parte sia della pubblica opinione sia delle istituzioni. Le migrazioni hanno, quindi, stratificato problemi sociali e politici abbastanza articolati, in particolare a partire dallo scorso secolo e a tutt'oggi non compiutamente composti. Nel primo ventennio milioni di persone emigrarono, in cerca di migliore fortuna, verso gli USA, l'Argentina e altri paesi del sudamerica. Nel secondo dopoguerra l'emigrazione si diresse, essenzialmente, verso la Francia, la Germania, il Belgio; nel contempo, la migrazione interna si indirizzò verso il nord industriale in grande e veloce sviluppo. Nel contesto postbellico mentre si avviano la ricostruzione del paese, la ripresa dell'economia, il riassetto istituzionale nei suoi vari livelli, la collocazione internazionale ed europea dell'Italia, si registrano i primi arrivi di profughi, sfollati ed ex-prigionieri, nonché di personale militare e civile americano nell'ambito degli accordi internazionali fra Stati dell'occidente. Nei successivi anni cinquanta e sessanta si registrano flussi sensibili di immigrati costituiti da profughi, studenti e lavoratori, provenienti anche dall'Africa in già avviato processo di decolonizzazione. Il fenomeno immigratorio, per numero di arrivi e presenze di stranieri, si impone in modo strutturale alla fine degli anni settanta e nel corso degli anni ottanta, anche a ragione degli sconvolgimenti in tante parti del mondo: caduta del muro del Berlino, scomposizione dell'URSS, disordini in Albania, disfacimento della Jugoslavia, guerre in Africa e nel sud-est asiatico. Sul finire del secolo e l'inizio del ventunesimo si consolida il processo di costituzione dell'Unione Europea nel cui ambito, con gli accordi di Schengen (1985) e la Convenzione di Dublino (1990), si liberalizza il movimento delle persone. Nel corso di questo primo ventennio, marcato dalla crisi finanziaria ed economica mondiale (2008), le conseguenze delle "primavere arabe" e dei conflitti nel Medio Oriente ed in Africa incrementano fortemente i flussi migratori via mare verso l'Europa attraverso l'Italia, originando da Tunisia, Siria, Eritrea, Somalia, Nigeria, Guinea, Libia, Marocco, Egitto. Dunque, ciascuno di questi eventi modifica e caratterizza le correnti migratorie e in questa dinamica l'Italia ha un posto non secondario, sia per il suo ruolo nel continente europeo ed internazionale, sia per la sua posizione prospiciente le coste nord dell'Africa e il suo antico legame con questo continente.

Migrare è un diritto di ogni uomo. Nel 1539 fu il teologo spagnolo Francisco de Vitoria a teorizzare lo ius migrandi. Principio che ha poi assunto vita propria sino ad affermarsi come diritto universale naturale non inferiore al diritto alla vita o al diritto alla libertà, che le scienze umanistiche teorizzeranno nei secoli successivi. È recepito nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 (articolo 13); è, anche, un dettato della nostra Costituzione (articoli 10 e 35). La nostra Carta, in particolare, riconosce e tutela il diritto alle libertà democratiche anche allo straniero presente sul suolo nazionale e dispone, pure, che le politiche migratorie rispettino legislativamente i relativi accordi internazionali in essere.

Al diritto di migrazione corrisponde il dovere dell'accoglienza. Nella nostra lingua la parola "ospite" definisce sia chi accoglie, sia chi viene accolto. Non ci sono figure contrapposte o ruoli diversi, ma un'unica legge dell'ospitalità: accolgo per essere accolto, a ruoli invertiti ognuno è "straniero" per l'altro. Accoglienza ed ospitalità hanno dignità anche nel più generale ed ampio spazio sociale, fatto comunque salvo che lo Stato, in base alle proprie reali condizioni sociali ed economiche, alle politiche di sviluppo, all'esigenze di sicurezza, ha il diritto dovere di decidere chi e a quale ragione e condizioni accogliere, comunque sempre nel quadro del Diritto e degli accordi internazionali. In questo senso non sono in discussione le politiche migratorie che l'Italia, come ogni altro Stato, ha il diritto dovere di porre in atto, ma storicamente si deve registrare in materia un tardo intervento istituzionale guidato, peraltro, più dall'eccezione in atto che da una visione di sistema. A riepilogare i principali passaggi si va dal disegno di legge n. 2453 inizio 1976, primo firmatario Terracini, mai approvato, alla legge Foschi approvata il 30 dicembre 1986, alla legge Martelli (n. 39, 28 febbraio 1990), alla legge Turco-Napolitano (n. 40, 6 marzo 1998), alla legge Bossi-Fini (n. 189, 30 luglio 2002), sino all'attuale decreto 113/2018 "Sicurezza e Immigrazione" già pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Una consistente produzione legislativa che di volta in volta vuole conclusivamente sanare situazioni pregresse, regolare i flussi in corso, gestire ingressi e soggiorni distinguendo tra immigrati per ragioni economiche o in fuga da guerre e persecuzioni o per ricongiungimenti familiari. La gestione sul territorio è affidata, per il tramite degli enti istituzionali territoriali, ad appositi centri di accoglienza che, nelle susseguenti fasi legislative, si articolano grandemente assumendo compiti di soccorso, procedure di accoglienza ed identificazione dei migranti per, alla fine, valutare accoglienza, destinazioni ed espulsioni.

Non è facile accogliere in un contesto di crisi, imputabile non solo alla globalizzazione che mal gestita riversa sulle società i suoi effetti cattivi, ma anche alle nostre specifiche condizioni: mercato del lavoro squilibrato che favorisce il proliferare e lo sfruttamento della manodopera irregolare, produzione e consumi bassi, nuove inattese disuguaglianze, malessere sociale che genera insicurezza e allarmismi a tutto campo. In queste condizioni l'illegalità ha facile gioco in quasi ogni ambito sociale. Coinvolge anzitutto gli immigrati che, nella frenesia irrazionale del momento, si trasformano naturalmente in capri espiatori. Attorno agli immigrati ci sono reclutatori, trafficanti e lestofanti che si pongono artatamente al servizio dello Stato, ma solo interessati ad arraffare denaro. Un garbuglio che straluna. Ed ecco il provvedimento affermativamente risolutivo: respingimento dello straniero! Ci si dimentica, però, che la migrazione è in sé un dramma, l'illegalità la drammatizza ulteriormente, ma non si elimina questa bloccando il movimento delle persone. Anzi, i respingimenti hanno distorto il fenomeno dell'immigrazione circoscrivendolo alla traversata in mare e hanno messo la sordina alla sua gestione ordinaria, hanno fatto strame dei soccorsi in mare, hanno mortificato il Diritto, hanno di fatto per un verso aumentato la migrazione irregolare, per altro verso instillato nella comunità locale la sensazione di debolezza dello Stato, perché mentre esercita i suoi generali atti d'imperio insinua il dubbio che non riesca altrimenti a controllare i flussi migratori e a proteggere i propri confini. Questo stato di cose logicamente non lineare ha reso impossibile ogni pubblico dibattito impedendo la buona conoscenza e la sua funzione pedagogica; peggio ancora, ha alimentato, l'insicurezza dei cittadini e le paure più irrazionali. La paura in sé è garanzia contro i pericoli, ma se supera limiti di tollerabilità, magari anche indotti, diventa patologica e crea blocchi, minaccia la tenuta dell'ordinamento sociale. In questo quadro entra la parola "clandestino", un uomo nudo di dignità, escluso due volta dalla comunità: lascia la propria d'origine e non trova la nuova! La clandestinità assieme ai respingimenti sono causa di un vero e proprio collasso umanitario.

È urgente e necessario uscire dalla logica emergenziale, che genera un profondo disagio sociale e sfocia in atti di violenza generalizzati. Bloccare gli ingressi tout court dà spazio all'illegalità, distinguere tra richiedenti asilo e migranti economici demonizza questi ultimi ed amplia la categoria degli irregolari, perché costringe i migranti economici a dichiararsi fra i primi, con un poi significativo dispendio di denaro pubblico e tempo per gli accertamenti necessari. Dunque, l'unica vera ed efficace azione è "regolarizzare" chi emigra. La prima risposta sta nel porre in atto meccanismi idonei a questo fine anche attraverso opportuni accordi fra Stati, che è la faticosa missione della politica; dotare il migrante dei debiti documenti identificativi e così conferirgli quella dignità a cui come uomo ha diritto. Regolarizzati e canalizzati i flussi migratori, almeno nella misura e alle condizioni possibili, devono poi seguire le giuste politiche di integrazione. La politica d'integrazione richiede accortezza e discernimento, ma è l'unica reale via per la convivenza delle differenze, per promuovere l'incontro, per stabilire la relazione fra gli uomini. In questo senso deve essere approvato lo ius soli che, in difformità dallo ius sanguinis, cancella le differenze fra cittadini e non-cittadini, appiana le diversità culturali, estende le uguaglianze civili e politiche, vuole costruire la pacifica convivenza sociale.
Il futuro non contempla il riavvolgimento del nastro della Storia e oggi fa pensare all'incontro e alla convivenza di culture, etnie, lingue, religioni diverse. La nostra Repubblica è fondata sul lavoro e sui principi della democrazia e non c'è il benché minimo accenno a una sua uniformità sociale naturale o culturale.

 

Commenti  

0 #1 Alberto 2018-11-06 11:03
Ad ogni dovere corrisponde un diritto ... e viceversa. Certamente esiste il diritto di emigrare (e ci mancherebbe altro), ma vi corrisponde il dovere di integrazione agli usi e costumi dell'ospitante, che per conto suo ha, sì, il dovere di facilitare il processo, ma ha anche il diritto di non accoglienza nel caso lo reputi opportuno.
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