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dei liberi pensatori

(di Biagio Mannino)

Sono passati solo pochi giorni dalla conclusione dei Mondiali di calcio che hanno visto, a Mosca, il successo della Francia contro la Croazia. Uno spettacolo planetario, un evento che ha portato di fronte agli schermi televisivi appassionati e non solo da ogni angolo del mondo.

Per poco meno di due ore quello spettacolo sportivo diveniva evento di importanza ampia andando a coinvolgere tutti quegli aspetti tipici della scienza politica: dall’interpretazione dei fenomeni sociologici a quelli delle regole della comunicazione, da quelli legati alle valutazioni dei costumi e degli usi ai sentimenti nazionalistici.
Lo sport come elemento di competizione e di confronto sano, dove le sfide sono sottoposte alle rigide regole decise dalle federazioni e verificate, nella loro applicazione, dagli arbitri.
Una competizione che si conclude con un vincitore e con l’accettazione da parte di tutti del risultato.
Sostanzialmente un percorso semplice: si accettano le regole, si gioca, si accetta il risultato.

Una sorta di interpretazione scenica sui campi degli impianti sportivi di quella che è la società, con le sue regole, con le sue esigenze. Di quella che è, o meglio, dovrebbe essere.
Se ben osserviamo, i Mondiali di calcio divengono un’immagine, la società internazionale che si guarda allo specchio, che si cerca, che vede la competizione, il pallone, l’agonismo ma che… non si trova.

Il “tempo” dei Mondiali diviene una sorta di parentesi tra le tensioni internazionali, permettendo di affacciarsi alla vetrina dei sistemi mass mediatici anche a quelle realtà giuridiche e costituzionali normalmente considerate “minori”.

Lo sport e il calcio in particolare, un gioco, fatto di partecipazione di squadra, di passione, di colori e capace di dare tante gioie e, contemporaneamente, tante delusioni.
Quel momento di scontro – incontro dura poco, solo 90 minuti ma è l’attesa del confronto che fa vivere illusioni e quelle rappresentative di giocatori divengono “guerrieri” e portatori dello spirito dei “padri”, del proprio Stato, della Patria.

Bandiere, inni, cori e tutto ciò che serve ad essere visti, quasi in un campo di battaglia durante le guerre Napoleoniche. Tutto serve per vivere l’esaltazione dell’essere, del proprio essere, del proprio sentire sé stessi e le proprie origini identitarie.

I Mondiali sono un grande incontro di competizione sportiva ma il loro effetto è capace di rinvigorire, o indebolire, concretamente gli assetti degli Stati.
Gioie e tristezze nei volti degli spettatori ripresi negli stadi, quasi a mostrare l’esito di un epico conflitto nell’unica arena dove, alla fine, si può tornare a casa sempre soddisfatti.
Ma una vittoria o una sconfitta aiuta e unisce, colpisce e disgrega.

Le realtà politiche dei singoli Stati che partecipano sono sempre estremamente complesse e diverse e così, se alcuni si presentano forti nel proprio assetto istituzionale altri arrivano con la necessità che quel momento sportivo divenga una sorta di pausa nel panorama delle problematicità interne.

Se l’Inghilterra avesse conquistato la finale avrebbe forse rafforzato, in una sorta di unione sportiva sotto il simbolo della bandiera dell’UK, il debole e malridotto Governo di Teresa May?

E l’uscita della Germania in modo inglorioso significa che la forza della Merkel è in declino?

Potremmo fare ipotesi di questo tipo includendo anche tutte quelle squadre che non hanno partecipato al Mondiale. In realtà, la forza simbolica di questo evento è fortissima e tanto di più lo diventa in una relazione di tipo nazionalistico.

La Croazia, Stato giovanissimo dal punto di vista istituzionale ma di storia consolidata ed antica, trova la conferma di una propria identità in quell’evento che unisce un popolo, che lo fa gioire, che lo fa soffrire ma che, in ogni caso, lo caratterizza nel suo essere comune. Alla fine il Mondiale andrebbe diviso nell’analisi, andando a vedere sì chi ha vinto ma osservando le diverse categorie di risultati. La Francia ha vinto la competizione sportiva e forse trova una tregua nei suoi problemi ma, l’assetto e la struttura politico istituzionale fanno di quel risultato uno strumento comunicativo che solo per poco distrarrà i francesi dai propri problemi.

La Croazia, invece, ha perso, ma conferma la propria forza di unione nazionale e quel piccolo Stato, quel popolo, divengono, insieme, in nome di una partita di pallone, una sorta di elemento simbolico anche per tutte le altre realtà analogamente piccole, o che, in ogni caso, sono alla ricerca di una affermazione sociale.
Di fronte alla competizione il pubblico si schiera dalla parte dei deboli ma, in questo caso, per la Croazia, la debolezza è stata solo sportiva ed il risultato politico, al contrario, di grande forza.

Ma tutto è un sogno: infatti dopo l’inebriante mese, arriva il risveglio e la scorpacciata di effetti è destinata a confrontarsi con le dinamiche complesse e dolorose della realtà, della società, della politica internazionale che trasforma la competizione in quella conflittualità prodotta, questa volta, nona a suon di calci su un semplice pallone, ma si trasforma, o meglio continua, in una conflittualità a colpi di economia, finanza e, purtroppo, anche di guerre.

 

per gentile concessione dell'autore, dal blog "Il Vento di Nord Est"

 

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