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dei liberi pensatori

Il 1961 è un anno particolarmente doloroso per Trieste in quanto il 7 aprile, a Roma, viene a mancare l’uomo che forse più di ogni altro ne ha rappresentato la voce passionale e tormentata, la moralità più onesta e severa e la malinconia di idealità svanite di fronte alla realtà, quasi invidiando la sorte tragica, ma preservata dalle delusioni, dei compagni di gioventù tra cui Ruggero Timeus, Scipio Slataper e, soprattutto, il fratello Carlo, periti in quel conflitto mondiale che ha realizzato il sogno nazionale di Trieste ma che poi ne ha visto corrotta l’essenza dal fascismo, sentito da Giani come lo snaturamento del patriottismo e della funzione civile e mediatrice della cultura italiana nell’area centroorientale.

Stato d’animo, in seguito, ulteriormente aggravato dalle conseguenze della seconda guerra mondiale - “i giorni più amari di Trieste e della Venezia Giulia” - quando le decisioni dei potenti di turno rendono Stuparich consapevole di appartenere a una “infelice generazione” che ha visto “prima salire la realtà verso il sogno più bello e poi ripiombare giù, più giù d’ogni temuto incubo”.

 

Espressione di un sentimento già chiaramente anticipato nel suo romanzo “Ritorneranno” (1941), il poema dell’irredentismo, nel quale la morte e la cecità dei protagonisti rappresentano emblematicamente la rotta dei suoi sogni giovanili; romanzo non a caso male accolto dall’apparato fascista che lo giudicò disfattista. Eppure la vita di Giovanni Domenico (Giani), iniziata a Trieste il 4 aprile 1891 da Gisella Gentili e Marco Stuparich, - il padre, spesso assente ma sempre rimpianto, reso protagonista dei racconti, forse i più belli di Giani, “Il ritorno del padre” (1935) e “L’isola” (1942) - non è certo mai stata all’insegna del disfattismo o della mancata assunzione delle proprie responsabilità.

La sua partecipazione, fin da giovanissimo, ai problemi che poneva il suo tempo appare sempre propositiva verso un futuro auspicato privo di quegli antagonismi nazionalistici e di quelle incontrollabili conflittualità che si andavano delineando sul piano internazionale. Così l’idealità mazziniana - con simpatie verso il socialismo - gli studi classici al Ginnasio comunale di Trieste, la collaborazione alla «Voce» attratto dai progetti che Slataper andava proponendo sulla rivista fiorentina, l’approfondimento della questione ceca (“La nazione czeca”, 1915) frutto della frequentazione dell’Università di Praga dove si laurea in Lettere nel 1915, appaiono tutti elementi di una tensione ideale rivolta a una pacifica convivenza tra le diverse nazionalità, immaginate libere di sviluppare al massimo grado la loro identità sociale e culturale; di qui la sua vicinanza allo slataperiano “irredentismo culturale” per il quale la disputa sui confini e sull’appartenenza statuale appariva secondaria e non opportuna.

Ma l’epoca delle scelte radicali derivate dallo scoppio della prima guerra mondiale fa si che i fratelli Stuparich decidano di combattere, come volontari, nelle fila dell’esercito italiano. Esperienza traumatica che comporta la perdita di Carlo, suicida sul Monte Cengio (1916) per non cadere in mano nemica, a cui Giani dedica, nel 1924, i “Colloqui con mio fratello”, dai quali emerge già con chiarezza l’espressione di una maturità troppo presto e troppo dolorosamente acquisita e il rimpianto di non aver avuto la stessa sorte. Ma l’atteggiamento di Giani in guerra (“brutale dolore e bell’affinamento [...] assurda strage e vitale ricostruzione interiore”), palesa un uomo che nella sua transitoria condizione militare vissuta da ufficiale, nei combattimenti in prima linea nei quali si conquista una medaglia d’oro al valor militare e nella prigionia ungherese, esprime - come appare anche dal diario “Guerra del ‘15” (1931) -, un profondo senso di comprensione e di solidarietà verso quell’umanità confusa e dolente che egli si trova a comandare, rappresentando, dunque, la parte migliore del bellicismo irredentista.Il ritorno alla vita civile avviene per gradi, anche se gli avvenimenti epocali dei quali è stato protagonista lo segnano nel profondo.

Dopo la quarantena, d’obbligo per chi rientra dalla prigionia, a Ravarino, nel modenese, nel dicembre del 1918 Giani torna a Trieste, dove ritrova gli affetti più cari, prima fra tutti Elody Oblath con la quale si unisce in matrimonio il 26 febbraio 1919; unione che già il 10 dicembre dello stesso anno è allietata dalla nascita di una bambina, Giovanna, a cui seguirà, il 19 novembre 1922, Giordana e, il 6 gennaio 1925, Giancarlo. Il reinserimento di Giani avviene già prima della definitiva smobilitazione in quanto, per circa sei mesi, è addetto, all’Ufficio propaganda della Terza armata, nella veste, soprattutto, di collaboratore del “Notiziario”; un meccanismo propagandistico voluto espressamente dal governo italiano dopo la rotta di Caporetto allo scopo di difendere e legittimare ideologicamente l’impegno bellico dell’Italia.

In tale compito, nel quale deve inevitabilmente sottostare al controllo delle autorità militari, egli ha però la possibilità di allacciare nuovi legami e di riprendere confidenza con l’impegno letterario e con il giornalismo che interpreta come strumento per contribuire a una ricomposizione della Nazione che auspica ormai uscita dalle lacerazioni provocate dall’intervento e dalla guerra. Svestita la divisa militare, nell’autunno del 1919 Giani viene assunto in qualità di insegnante di italiano, storia e filosofia al ginnasio-liceo “Dante”, dove presta la sua opera ininterrottamente fino al 1942. Nel 1921-22 viene inviato a Praga con l’incarico di tenere un corso di storia della letteratura italiana nella locale università; un soggiorno nella città dove aveva compiuto i suoi studi universitari che egli spera possa rappresentare un ritorno alle idealità e alle speranze giovanili, rimanendo tuttavia deluso dalla nuova situazione sociale creata dall’indipendenza cecoslovacca, pur essendo la patria di uno degli uomini politici che più ammira, quel Tomas Masaryk che si era assunto il compito, “irrealizzabile forse ma tanto più ammirevole, di portare la moralità nella politica”. Quella stessa moralità che, a Trieste, Giani vuol trasmettere perpetuando la memoria del fratello - la cui “morte fu come la sua vita: sincerità senza compromessi” - di cui fa pubblicare l’antologia Cose e ombre di uno (1919), e di Scipio Slataper, inteso come eroe di civiltà, del quale cerca di diffondere il messaggio, dedicandogli una biografia (1922) e curando la raccolta dei suoi scritti - in una città che, a differenza del resto d’Italia, continua ad accoglierlo con titubanza, anche perché la crescente violenza politica non contribuisce di certo a un’effettiva pacificazione degli animi.

Lo sviluppo e l’affermazione del fascismo, la sempre più irrimediabile conflittualità con le popolazioni slave della Venezia Giulia, il crescendo retorico e inquietante di una politica e di una cultura volta verso aspirazioni di potenza, spingono Giani a rinchiudersi  in una sorta di isolamento interiore pur lavorando intensamente e collaborando a varie riviste (“L’Alabarda”, “L’Azione”, “La Rivista di Milano” e altre), dalle quali cerca di trasmettere ottimismo sul futuro politico ed economico della città che egli sente, in realtà, destinato a una profonda crisi: “forse è vicino il tempo in cui bisognerà avere il coraggio di rinunziare alla grandezza commerciale, di rifarsi piccini per iniziare un nuovo lavoro”.La sua esistenza durante il ventennio fascista si svolge divisa tra la scuola, le frequentazioni letterarie sia al Caffè Garibaldi dove ha modo di scambiare idee con quello che si presenta come il cenacolo culturale cittadino (Svevo, Saba, Giotti, Rovan, Bazlen, Bolaffio, Fano e diversi altri) che nei circoli intellettuali italiani, in special modo a Firenze, e la casa dove scrive un gran numero di opere saggistiche e narrative. Il suo nome, che gode di buona celebrità, fa si che molte riviste e giornali del tempo pubblichino suoi scritti (“Solaria”, “Nuova Antologia”, “Pegaso”, “Pan”, “L’Europa Orientale”, “Il Piccolo della sera”, “La Stampa”, “Primato”).

Ma è sulla rivista fiumana “Delta” che nel luglio del 1925 compare il racconto “La vedova” che inizia la sua carriera di narratore. Una produzione letteraria connotata da un pronunciato autobiografismo e dall’attenzione alle vicende dei giovani, come, ad esempio, in “Un anno di scuola” (1929). Da allora si sussegue un fiorire di scritti, tra cui  “Racconti” (1929), “Donne nella vita di Stefano Premuda” (1932), “Nuovi Racconti” (1935). La nuova tragedia bellica e l’occupazione tedesca della Venezia Giulia creano dei problemi a Stuparich, il quale presenta delle ascendenze ebraiche per via materna.

Arrestato e internato alla Risiera di San Sabba il 25 agosto 1944, viene liberato una settimana dopo per l’energico intervento del vescovo Santin. L’impegno di Giani, nel difficile dopoguerra della Venezia Giulia, continua su vari fronti sia contribuendo alla fondazione del Circolo della Cultura e delle Arti (1945 - 46), sia continuando una produzione narrativa profondamente segnata dalla perdita dell’Istria, la terra del padre. Infatti, le collaborazioni alle riviste e ai giornali (“Il Ponte”, “Pagine Istriane”, “Trieste”, “Il Tempo” ecc.), la nascita delle “Edizioni dello Zibaldone” (1949), derivate dal suo sodalizio con Anita Pittoni, le opere saggistiche e letterarie da “Trieste nei miei ricordi” (1948) a “Simone” (1953), da “Piccolo cabotaggio” (1955) ai “Ricordi istriani” (1961) riflettono una condizione di “disperata umiliazione” che lo induce a farsi testimone della tradizione istriana e di un’italianità ormai dissolta nell’esodo, dando un tono alla sua esistenza e ai suoi scritti venati di dolorosa memoria e di irriducibile rimpianto.


Diego REDIVO

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