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dei liberi pensatori

riflessioni di Carlo Cremonesi

Parlare diglobalizzazionee informaticapuò essere una scelta inutile perché argomenti di non più generale interesse. La loro percezione, infatti, è così confidente da non suscitare dubbi e riserve alcune. Alla prima si associa o l'idea di unione fra luoghi o la libera circolazione delle merci o la facilitata mobilità delle persone fra molte parti di mondo o tutti questi fatti assieme. La seconda è, senz'altro, associata al personal computer, allo smartphone, alle macchine di servizio che si possiedono in casa o alle altre pubbliche di più specifiche funzioni, come per esempio bancomat e terminali per i pagamenti elettronici. Queste semplici convinzioni, però, danno per scontati i processi in corso e fanno velo alla loro complessa fenomenologia.

L'informatica è la scienza dei sistemi per elaborare e rendere disponibili informazioni mediante complesse operazioni automatizzate. A questo fine sono state ideate apposite macchine il cui funzionamento, non affidato ad organi meccanici ma a un sistema di componenti elettrici e magnetici integrati e fra loro interconnessi, è realizzato mediante l'implementazione di procedure logiche nella modalità di specifici linguaggi di programmazione. La sempre più spinta maneggevolezza di queste macchine contribuisce alla loro diffusione e, allo stesso tempo, ad aumentare grandemente la massa delle informazioni in circolazione.

Nella quotidianità è sufficiente conoscere semplicemente le modalità d'uso di questi mezzi, senza dover conoscere le teorie scientifiche che sono alla base della loro ideazione, progettazione e costruzione. In egual modo, nella quotidianità non è necessario sapere la storia dell'avanzamento di questa tecnologia. Queste condizioni favoriscono il generalizzato possesso di questi mezzi tecnologici, peraltro in continua innovazione, e per un verso eccitano quel sottile piacere di possedere strumenti sempre più sofisticati e, per altro verso, mettono alla prova la propria capacità ed abilità ad ottenere da e con essi risultati sempre più brillanti. Questa dinamica, però, intriga il rapporto con le macchine giacché le loro tante funzionalità sovrabbondano le comuni necessità, al punto che molte o alcune di esse restano alla fin fine inutilizzate. Nasce così un uso compulsivo di ciò che si sa già utilizzare e, nel contempo, si attivano i vari tentativi per imparare ciò che resta, a prescindere che risponda o meno alle proprie esigenze. Questa incompletezza, di fatto mai pienamente superabile, condiziona l'accesso e l'utilizzo delle informazioni in rete che le macchine mettono a disposizione. Si fa quel che si sa davvero e per il resto si vaga senza andare oltre.

Così come è necessario sapere usare i supporti tecnologici e magari saper scegliere quelli più rispondenti alle proprie necessità, è altrettanto necessario imparare a discernere la variegata massa delle informazioni. Le pagine del web scorrono veloci, si leggono a saltelli, l'attenzione è attratta dal grassetto maiuscolo, si ha la sensazione di avere acquisito la conoscenza delle cose, ci si sente autorizzati ad esprimere le proprie opinioni. Al contrario, questa conoscenza assunta in tutta fretta fugge la complessità degli argomenti, è ridotta alla forma di slogan, è caotica e diffonde una cultura superficiale. Le informazioni, in verità, devono essere metabolizzate e non semplicemente lette ed intese nella loro immediatezza, neppure è corretto impadronirsi del parziale trascurando il contesto e il tutto; esse, invece, devono essere poste fra loro in relazione e, nel contempo, è essenziale sottoporre a verifica le fonti. Questo attraverso una più articolata ricerca di siti nel web, il confronto di differenze e concordanze tra loro, la conoscenza ed affidabilità degli autori per mezzo di almeno qualche nota biografica che li riguardi, della loro posizione culturale, dei loro autori e bibliografia di riferimento. Cure queste evidentemente non facili perché con lo strumento informatico si è soli e si va normalmente per le vie più spicce, non tanto per il fattore tempo quanto piuttosto per la furiosa ricerca di notizie e l'urgenza di comunicare con chiunque sia nello stesso momento presente in rete, tanto per dare prova del proprio aggiornamento e legame con l'attualità. Con questo stato d'animo ci si sofferma su ciò che conferma le proprie convinzioni che si rendono subito pubbliche, senza alcun filtro e verifica ed in assoluto stile autoreferenziale, però sicuri di aver agito in libertà e di essere parte uguale di una comunità.

L'informatica ha ristrutturato la comunicazione interpersonale. Si scrive poco e in modo incompiuto, non si usa più penna e carta, praticamente non esiste più il telefono di casa come un tempo antico. Si parla indiscretamente al cellulare in ogni momento e in ogni dove. Si inviano e si ricevono email, in modo tale da dare corpo in tempo reale ad una specie di dialogo sordo. Tutto questo è esperienza, inconsapevole? di relazioni disumanizzate. Le relazioni umane, nella normalità, si formano nell'incontro reale delle persone. Si comunica con le parole e il tono delle parole dette, con gli sguardi e il linguaggio facciale, con la postura dei corpi, con i gesti di braccia e mani. Nella realtà virtuale non c'è questa vitalità delle emozioni. La luce dello schermo dei social media acceca, vi si riversano parole di pensieri non contraddetti e che riflettono, essenzialmente, il proprio stato d'animo del momento piuttosto che le proprie idee e convinzioni, tutto in assenza di filtri valoriali e confronti dialettici. Su quello schermo, dunque, si scrivono autodialoghi primitivi perché tribali nella forma e settari nel contenuto.

L'informatizzazione non è solo posta elettronica, uso di carte per i pagamenti elettronici, yuotube, netflix, twitter, skype, google maps e app di ogni genere e utilità, ma è anche memoria dei nostri comportamenti, però racchiusa in e gestita da un algoritmo in possesso dei pochi padroni che lo hanno ideato e il cui funzionamento resta nascosto. Non solo. L'informatica è, innanzitutto, fonte dello sviluppo della tecnoscienza. Questa non è più solo bagaglio cognitivo, ma scienza che pervade concretamente ogni faccia e livello della realtà umana. Oggi siamo al primo livello di intelligenza artificiale, quello debole; questo è, per esempio, l'assistente virtuale che aiuta all'uso di smartphone e tablet; ma, è già in fase avanzata di realizzazione il livello di intelligenza artificiale forte, capace di interagire socialmente, di comprendere i sentimenti, di riconoscere persino la propria individualità. In questo quadro, dall'opinione pubblica normalmente trascurato, c'è pure il rapporto di questa scienza con l'ingegneria genetica. La clonazione della pecora Dolly è stata resa nota nel 1996, ma gli studi di settore risalgono al 1938; il seguito è nel 2018 con la clonazione di due macachi, a Shanghai, con la tecnica di Dolly corretta con le nuove tecniche molecolari rese possibili proprio dalla tecnica informatica avanzata.

Dunque, nell'uso dei mezzi informatici si deve fare mente locale sul fatto che se non è certo immaginabile rifiutare o fermare il progresso in atto, si deve però avere consapevolezza che i suoi benefici, mentre vengono goduti, fanno velo alle profonde trasformazioni umane e sociali in corso, con il concreto pericolo del distacco fra la coscienza umana e l'avanzamento della tecnica, che sfuggendo ad ogni controllo finirà con l'ingannare l'uomo.

La tecnologia informatica, pervasiva e sempre innovata, con la sua rete comunicativa è il tessuto della globalizzazione. Anzi, è la causa della globalizzazione perché abbatte concretamente limiti spaziali e temporali e rende disponibile in ogni momento, per chiunque e in ogni dove, ogni tipo di informazione. Da qui l'effetto delle interdipendenze tra varie aree geografiche e popoli fra loro non più solo confinanti, ma l'uno dall'altro ben lontani e diversi per storia e cultura. Sono dunque intrecciate queste due caratteristiche dell'attuale epoca di travaglio, tuttavia ciascuna con una propria dinamica.

Tralasciando la problematica di una lingua da tutti condivisa per poter usufruire delle stesse informazioni in ogni parte della terra, rilevante è che la globalizzazione ha prodotto la liberalizzazione dei mercati finanziari, prima ancora che la libera circolazione delle persone e già esistendo il libero movimento delle merci. La libera circolazione dei capitali, a sua volta, ha generato la mobilità delle imprese. In questo senso si può parlare di terza rivoluzione industriale caratterizzata dal decentramento dei processi produttivi, organizzativi e commerciali e dalla rottura della loro unità. Superando limiti e confini nazionali le ragioni economiche dell'impresa hanno preso il sopravvento su ogni altro aspetto dell'organizzazione sociale, pertanto i rapporti con le istituzioni tradizionali si sono rarefatti e collocati in spazi e modalità transnazionali. Devono ora essere le istituzioni pubbliche a rendersi più snelle e duttili per rispondere alle nuove imperative esigenze imprenditoriali.

Premesso che la narrazione storica registra la liberalizzazione dei capitali, anche quelli speculativi, negli anni ottanta dello scorso secolo con le politiche liberali reaganiana e thatcheriana e mai in seguito modificate, così lasciando che la finanza internazionale diventasse più potente della politica, certo è che il maggior e non esaltante addebito che si fa alla globalizzazione è la disuguaglianza nei paesi avanzati e, allo stesso tempo, l'inattuazione di politiche redistributive. Questa situazione è ulteriormente aggravata dal fenomeno della migrazione di popoli provenienti da paesi martoriati da guerre, politiche disumane, povertà inenarrabili. Tutta la storia umana è storia millenaria di migrazioni, attraverso terre e mari un tempo sconosciuti ed oggi, proprio grazie alla comunicazione globale, mete desiderate e scelte per indirizzare al meglio il proprio destino. Processo quindi naturale eppure oggi, nelle generali condizioni di crisi e di caduta della ricchezza nei paesi avanzati, è inficiato da egoismi e paure verso lo straniero che qualifica, addirittura, non solo il migrante ma semplicemente il dissimile, ovvero chiunque non corrisponda agli standard di immagine, di stile, di comportamento localmente condivisi. Ecco un altro perverso cammino: dal migrante al diverso tout court, che diviene il capro espiatorio della decadenza attuale senza alcun riguardo alle cause del fenomeno. Non si riconosce l'altro da sé e manca lo spirito di condivisione, modi che, purtroppo, vengono consolidati dall'assenza di idee e principi sistematizzati che lascia libero il campo alle emozioni, fra tutte la paura e l'insicurezza.

Il passaggio d'epoca attuale sta decisamente mutando velocemente il paradigma sociale e culturale del secolo appena trascorso: dalla condivisione alla divisione, dall'integrazione alla contrapposizione, dalle relazioni interpersonali dirette alle relazioni mediate dalle macchine. Il progresso ha grandemente migliorato le generali condizioni di vita di tutti in molti ambienti, ma in altri settori sociali ha portato regresso. Se il progresso è miglioramento e perfezionamento grazie allo sviluppo scientifico e tecnico, è lo sviluppo che progressivamente armonizza le trasformazioni in atto e il passaggio dal vecchio al nuovo, dal semplice al complesso. Questo richiede necessariamente la mediazione politica tra il presente e il futuro, ciò che significa avere chiaro in mente l'orizzonte verso cui si è diretti e come lo si vuole o, almeno, come lo si immagina. L'uomo impara attraverso l'esperienza, ma questo significa memoria e, soprattutto, non reiterare l'urto della testa contro il muro quando si sa che il muro esiste e lo si vede.

La conoscenza è sapere, diffonderla è dare a tutti eguale possibilità di libertà e di sviluppo individuale, ma questo impone il controllo dei poteri che quelle informazioni possiedono e del modo in cui le propagano. L'assenza di filtri, dei corpi intermedi, della rappresentatività non è libertà individuale, ma omologazione. Si deve uscire dal mondo virtuale, senza che ciò significhi doverlo rifiutare. Il rapporto uomo macchina deve essere proattivo, ovvero dialogante e non deprimente. A questo fine c'è reale e concreto bisogno di un nuovo umanesimo per interpretare la complessità che ci avvolge, attraverso l'etica e la morale, e che riporti l'uomo e la sua umanità al centro di ogni problema sociale e politico. Questo è il tempo delle tecnologie e di quanto si portano appresso ed è normale usarle e capirle, ma è doveroso penetrare questo tempo della vita per relazionarsi giustamente con il nuovo delle sue ricchezze. La tecnologia in ogni sua forma corre, ma si deve evitare che l'umanesimo entri in affanno e resti soffocato.

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