Recensione di Anna Piccioni
I romanzi di Isabel Allende non tradiscono mai le aspettative del pubblico, È così anche per questo romanzo appena uscito. La scrittrice ha il potere fin dalle prime battute di immergere il lettore nella vita della protagonista Emilia del Valle Claro, nata a San Francisco nel 1866.
Quel cognome del Valle aveva voluto imporlo sua madre Molly Walsh, nata a New York da genitori irlandesi, ma poi trasferitasi in California timorata di Dio pronta a prendere i voti, ma rimasta in cinta per colpa di un altezzoso cileno Gonzalo Andrés del Valle, per poter un giorno rivendicare l'eredità. Molly Walsh sposò Francisco Claro, o don Pancho Claro di Chihuahua che si prese cura di lei e della bambina. Anzi questo padre adottivo seppe essere un punto di riferimento costante per la piccola Emilia.
Questa è la famiglia in cui cresce la protagonista, una donna che come tutte le donne della Allende dimostra carattere e determinazione. Inizia a pubblicare dei libretti con uno pseudonimo maschile, poi si presenta al “Daily Examiner”per essere assunta come giornalista. La passione per la scrittura e lo stile molto originale convincono il direttore del giornale. Allo scoppio della guerra civile in Cile chiede di essere mandata come corrispondente di guerra. A Santiago conoscerà la matriarca della famiglia del Valle, quella Paulina che ha fatto fortuna trasportando ghiaccio dal Cile alla California. Vivrà in prima persona non solo come testimone oculare quella guerra portando sul suo corpo e nel suo spirito la violenza, e gli orrori della guerra.
Alla fine della guerra intraprenderà da sola un viaggio nel profondo sud del Cile, alla fine del mondo nella terra dei Mapuche per ritrovare le sue origini. E proprio in questa ultima parte del romanzo si sente tutto l'amore di Isabelle Allende per la sua terra nella descrizione della natura incontaminata dove il tempo e lo spazio hanno altre dimensioni e la pazienza è la virtù più grande.

