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dei liberi pensatori

Raccontare e raccontarsi

di Patrizia Lucchi Vedaldi

L’”Associazione Civica Lido di Venezia Pellestrina”, in collaborazione con la Città di Venezia <C> Cultura Venezia-Rete biblioteche, la Municipalità Lido Pellestrina e l’Istituto comprensivo “Franca Ongaro”, ha organizzato tre momenti di riflessione sul dramma delle foibe, sull’esodo dei giuliano-dalmati e fiumani dalle Terre già italiane, e sulla Comunità italiana rimasta oltre adriatico. Sono intervenute Germana Daneluzzi, Tiziana Dabović ed io.

 

Il primo appuntamento si è tenutogiovedì 21 febbraio 2019,presso la sala del Consiglio della Municipalità Lido Pellestrina. Con il coordinamento di Germana Daneluzzi, presidente dell’Associazione, ho portato la mia testimonianza quale figlia di esuli da Neresine e Fiume, ovvero appartenenti a quell’ampio gruppo in fuga dal regime titino che, quantomeno dal 1945, trovò rifugio anche al Lido di Venezia.

La mia relazione verteva, in particolare, su tre punti: 1) un percorso storico geografico dall’Istria alle Bocche di Cattaro; 2) le Foibe e l’Esodo nell’accezione comune; 3) l’esperienza della mia famiglia dall’addio a Neresine e a Fiume all’inserimento nella Comunità lidense. Il tempo a disposizione, che è volato grazie a una platea particolarmente interessata, non ha consentito la trattazione di quest’ultimo aspetto.

Entrando nel merito dell’intervento, ho iniziato facendo notare che ben 10 strade e 3 piazze del Lido ricordano le Terre dell’Adriatico orientale: 1) via Istria; 2) Pirano; 3) Salvore; 4) Parenzo; 5) Orsera; 6) Rovigno; 7) piazza Pola; 8) Fiume; 9) via Dalmazia; 10) Zara; 11) Spalato; 12) piazza e piazzetta Traù; 13) via Perasto. Ho, pertanto, costruito un itinerario virtuale che parte dall’Istria - Slovena e Croata - e scende fino a Perasto, mettendo in luce i millenari rapporti tra Venezia e l’Istria, la Dalmazia e il Quarnero. Diversa è la posizione di Fiume, fiera di non essere praticamente mai appartenuta alla Serenissima. Anche qui ho evidenziato momenti positivi della storia comune, partendo da una commediola scritta da chersini nel 1588, da me riscoperta presso la biblioteca Marciana di Venezia tra i testi della raccolta Ghirlande conteste, pubblicata nello stesso anno a cura del giudice Stefanello de Petris.

Ho quindi affrontato il tema clou, ben inquadrato dalla legge il 30 marzo 2004, n. 92, istitutiva del Giorno del Ricordo. La legge, infatti, non lascia scampo a interpretazioni. L’articolo n. 1, paragrafo 1, stabilisce che lo scopo è conservare e rinnovare la memoria:

                        della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe,        

                        dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra

e della più complessa vicenda del confine orientale. 

L’articolo n. 3, paragrafo 1, fornisce una prima indicazione sul periodo storico e indica le località che rientrano in questa legge: 

  1. (…) dall'8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale, sono stati soppressi e infoibati (…).

Il paragrafo 2, nel richiamare gli infoibati, puntualizza chi sono gli assimilati:

  1. Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati.

Rientrano in questo comma anche:

I cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l'anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento.

 

Benché i termini siano chiari, il Giorno del Ricordo è un giorno partecipato da fronti contrastanti. Oggettivamente tocca temi millenari assai complessi. Per affrontarli mi sono avvalsa delrecentissimoVademecum per il giorno del Ricordo, a cura dell’Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea  nel Friuli Venezia Giulia, con testi di Gloria Nemec, Raoul Pupo e Anna Vinci. Si tratta di un lavoro di grande interesse, importante base per una discussione. Spiace che le varie schede non siano state siglate dagli autori, poiché a volte sembrano contraddittorie. Ad esempio, a mio avviso, mentre è condivisibile quella sul “NEGAZIONISMO”, è negazionista la risposta alla FAQ:E’ vero che nelle foibe vennero gettati anche donne e bambini? Questa è la risposta:

  • Dalla foiba di Lindaro, in Istria, vennero recuperate nell’autunno del 1943 le salme di una donna con due figli, moglie di una camicia nera. Secondo fonti della RSI, un’altra donna, moglie di un milite confinario, sarebbe stata uccisa assieme alla figlia di 11 anni e gettata con lei nella foiba di Jurani. In entrambi i casi le vittime furono prelevate al posto dei parenti, ricercati in quanto fascisti. Lo stesso avvenne per la giovane Norma Cossetto, arrestata nell’autunno del 1943 in luogo del padre a Santa Domenica di Visinada e poi seviziata e uccisa.

Evidenzio, innanzi tutto, che non è provato che Norma Cossetto venne arrestata al posto del padre. In base a quanto risulta da documenti depositati presso l’Università di Padova – dove era iscritta all’ultimo anno della Facoltà di Lettere – suggerisco che fu uccisa poiché era un’insegnante di italiano. Non sarebbe il primo caso, nel 43’ vennero infoibati vari membri del corpo scolastico (con ciò intendendo sia insegnanti che bidelli). Ad esempio, nella foiba di Villa Surani, oltre a Norma Cossetto, furono scaraventati: VINCENZO Domenico, bidello da Parenzo, GUELFI Giovanni, insegnante da Parenzo, ZOTTI Alberto, insegnante, tenente di fanteria, scappato dopo l’8 settembre per sentimenti anti-tedeschi (si veda relazione Harzarich). E’, inoltre, curioso che l’autore/autrice della risposta conosca solo casi in cui le donne erano parenti di fascisti e non sappia, ad esempio, che a Villa Surani vennero infoibate anche Ada Sciortino e Maria Valenti, e che nella foiba di Terli furono gettate le sorelle Fosca, Caterina e Albina Radocchi, operaie di Lavarigo, caso che fece particolare scalpore già all’epoca del rinvenimento dei cadaveri.

Merita soffermarsi anche su un’altra domanda: gli infoibamenti (e azioni assimilabili) furono atti di pulizia etnica? In proposito ho rilevato che, trattandosi di terre di confine i matrimoni misti non erano desueti, né erano rari i casi di assimilazione alla lingua e cultura veneziana da parte di gente slava, vero è che gli autoctoni usavano distinguersi tra persone/famiglie di “sentimenti italiani” e persone/famiglie di “sentimenti croati”. I membri di una stessa famiglia potevano schierarsi su fronti opposti. Ben inquadra Raoul Pupo l’italianità adriatica, precedente all’arrivo del fascismo, il noto storico, nel porre in luce le peculiarità, ne evidenzia il carattere inclusivo. Per sintetizzare questo concetto, ho coniato una specifica locuzione: foibe e esodo furono atti di “pulizia etnico-sentimentale”, visto che pagarono le conseguenzesia persone etnicamente italiane, sia persone di sentimenti italiani. In tal senso andrebbe ripensata anche la voce “genocidio”, così definita nel Vademecum:

  • Metodica distruzione di un gruppo etnico, razziale o religioso, compiuta attraverso lo sterminio degli individui e l'annullamento dei valori e dei documenti culturali.

Di fatto, più o meno consciamente, la Croazia continua quella politica anti-italiana iniziata dalla Jugoslavia, “croatizzando” ogni traccia della cultura veneziana, e più in generale italica. Due esempi a me vicini sono il veneziano Marco Polo (1254-1324) e il chersino Francesco Patrizi (1529-1597), divenuti rispettivamente i croati Marko Polo/PilFrane PetrićLo Stato subentrante nella sovranità non ha diritto di impossessarsi della storia, della lingua e della cultura tipiche di un periodo precedente. In Italia, ad esempio, non definiamo “arte italiana” l’arte appartenente al periodo longobardo. Venendo all’oggi, è bastata una parola poco felice del presidente dell’UE Antonio Tajani davanti alla foiba di Basovizza per far puntare, in Croazia e in Slovenia, i riflettori addosso a “esuli e rimasti”. Con la Slovenia c’è stato subito un chiarimento. Perché è così difficile con la Croazia?

Venerdì 1 marzopresso la biblioteca e centro culturale “Hugo Pratt”, sempre con il coordinamento di Germana Daneluzzi, Tiziana Dabović, caporedattrice di “Arcobaleno”, periodico in lingua italiana che si pubblica a Fiume, ha tenuto una relazione intitolata Da “Il Pioniere” 1948 ad “Arcobaleno” 2018. Tiziana Dabovićha ripercorso la storia di questo importante periodico che contribuisce a mantenere viva la lingua e la cultura italiana in Slovenia e in Croazia. Si rivolge agli alunni e agli insegnanti dell’Istria e di Fiume delle scuole elementari italiane (SEI), che comprendono il nostro percorso elementare più le nostre tre medie. Al pubblico è stata così illustrata la gran mole di attività scolastiche ed extrascolastiche che viene svolta in seno alle nostre scuole, alle Comunità degli Italiani e a tutte le altre istituzioni del mondo della CNI che coinvolgono i più giovani e che viene regolarmente raccontata nelle pagine dell’ultrasettantenne e sempre dinamico giornale” (“La Voce del Popolo” 4 marzo 2019).I partecipanti sono rimasti piacevolmente sorpresi del fatto che ad oggi vi siano scuole specifiche per quella che è divenuta la minoranza italiana e che vengano sostenute da strumenti così importanti come “Arcobaleno” e le altre pubblicazioni della casa editrice EDIT.

 

Sabato 2 marzoGermana, Tiziana ed io abbiamo incontrato tre classi della scuola media “Vettor Pisani”. Io ho raccontato cosa vuol dire essere figlia di esuli, partendo dall’abbandono della propria casa da parte dei miei genitori e familiari. Ero particolarmente emozionata poiché, tanti anni prima, sono stata un’alunna della sezione D) di quella scuola. La Dabovićanche qui ha illustrato le varie rubriche e le attività di “Arcobaleno”, in conclusione ha invitato i giovani partecipanti a inviare alla redazione le loro impressioni sul giornale. I professori hanno osservato quanto poco si sa della storia e della quotidianità dell’altra sponda adriatica.

Nell’ambito delle celebrazioni per il Giorno del Ricordo, altri due appuntamenti, promossi da ANVGD e dal Comune di Venezia, hanno visto la partecipazione di rappresentanti della minoranza italiana. Sabato 23 febbraio, presso il Centro Culturale Candiani, si è svolto un incontro con la Comunità degli Italiani di Isola d’Istria ed è stato presentato il libro su Domenico Lovisato. Erano presenti Giorgio Dudine, autore della pubblicazione, e Amina Dudine (Presidente della Comunità degli Italiani “Dante Alighieri” di Isola d’Istria). Sabato 8 marzo, a conclusione della ricorrenza, presso la chiesa di San Sebastiano di Venezia, si è esibito in concerto il coro “Lino Mariani” della Comunità degli Italiani di Pola.

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