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dei liberi pensatori

di Ezio Giuricin

Un progetto per il futuro. Si avverte da tempo l’esigenza di proposte di ampio respiro, di una politica degna di questo nome per salvaguardare, rilanciare, riqualificare la presenza della nostra componente in Istria, Fiume e in Dalmazia.

A più di un settantennio dall’esodo e dagli sconvolgimenti che hanno lacerato profondamente le nostre terre, dopo anni di silenzio e rassegnazione, di tentativi di riscatto, di pericolosa assuefazione alla marginalità, stiamo rischiando di scomparire, di musealizzarci, di diventare un residuo, una testimonianza. Nonostante tutti gli sforzi profusi oggi ci troviamo in una situazione particolarmente difficile: la minoranza “rimasta” e il mondo degli esuli - due componenti della stessa comunità divise purtroppo dalla storia - stanno combattendo, con affanno, per “sopravvivere”. 

La risacca costituita dalle tante “assenze” degli Stati, l’onda d’urto dell’assimilazione, l’indifferenza delle “maggioranze” e dell’opinione pubblica, il colpevole silenzio delle coscienze nei confronti delle nostre vicende, rischiano di spazzare per sempre la nostra presenza, la nostra identità.

L’odierno Convegno vuole essere un momento di riflessione sul nostro presente e il nostro futuro, un’occasione per tentare di formulare delle proposte, un progetto complessivo – che manca, e che la politica sinora si è ben guardata dal formulare – per la nostra salvezza, per garantire una continuità della presenza e dell’identità italiane in questa parte dell’Adriatico.
Il nostro sguardo deve essere rivolto non tanto e non solo al passato, ai dilemmi e ai tormenti di una comunità, quanto ai nostri figli, alle generazioni future. E’ un nostro dovere morale fare qualcosa affinché l’eredità culturale di un popolo - questa parte di italianità autoctona, immersa nel crogiuolo plurale dell’Adriatico - venga trasmessa a chi verrà dopo di noi.
Non possiamo riparare i guasti e i torti subiti, guarire le enormi lacerazioni prodotte dall’esodo e dallo sradicamento quasi totale di un popolo. Possiamo però tentare di salvare una cultura, fare sì che la preziosa eredità romanza, veneta e italiana di queste terre non vada dispersa, sciolta nel dimenticatoio della storia.

Per farlo c’è un’unica strada: quella della collaborazione, più stretta ed organica, fra la realtà dei “rimasti” e quella dell’esodo, fra chi, pur emarginato, costituisce l’unica residua presenza fisica di italianità sul territorio e coloro che custodiscono l’eredità civile, culturale e storica di una “polis” strappata a queste terre. Si tratta di ricomporre, in altre parole, presente e memoria, andati e rimasti, storia, tradizione e futuro.

Bisogna poi intenderci sul significato di “presenza” che deve essere sempre vista come esistenza di una comunità vivente; una presenza concreta e fisica e non un’eredità senza eredi, un patrimonio destinato rivivere solo nei musei ma privo dei suoi soggetti, incapace, proprio per questo motivo, di riprodursi e di garantire, dunque, una reale continuità.

Ecco perché proponiamo l’approvazione di un nuovo e chiaro quadro legislativo, la cosiddetta legge d’interesse permanente per la comunità nazionale italiana in Istria, Fiume e Dalmazia, accanto alla legge per un equo e definitivo indennizzo dei beni abbandonati. Ecco perché chiediamo un Trattato trilaterale per l’affermazione dell’unità e dell’uniformità di trattamento della minoranza, oltre che l’attuazione coerente dell’Accordo italo-croato del 1996.

E’ questo il motivo per il quale riteniamo sia indispensabile l’avvio di iniziative per garantire, fra le altre cose, quel processo di “ricomposizione“ fra andati e rimasti e di “ritorno culturale” delle seconde e terze generazioni degli esuli, che da tanto tempo auspichiamo.

Vi è poi un obiettivo per noi irrinunciabile, fondamentale: quello dello sviluppo di una reale dimensione economica della comunità italiana di queste terre, aperta ad entrambe le componenti dell’italianità est-adriatica; l’unico strumento in grado di assicurare una reale soggettività, la persistenza sul territorio, il rinnovamento generazionale e la capacità di riproduzione di ciò che rimane del nostro popolo.

Sono tante le nostre proposte: la costituzione di un tavolo di coordinamento permanente tra le associazioni degli esuli e dei rimasti, la creazione di istituzioni culturali comuni, di nuove associazioni capaci di cogliere le sfide che ci stanno di fronte, l’affermazione della piena autonomia della scuola italiana in Slovenia e Croazia per consolidare la sua capacità formativa dell’identità nazionale, lo studio approfondito e la valorizzazione, nelle scuole di qua e di là del confine, dell’eredità culturale e civile della nostra componente, una maggiore collaborazione fra storici e ricercatori, nuove iniziative nel campo informativo ed editoriale per diffondere adeguatamente e far conoscere la nostra realtà e le nostre problematiche.
Non si tratta solo di un appello teorico, di una raccolta di auspici, di enunciazioni di principio. Abbiamo voluto essere concreti e indicare una serie di proposte e di iniziative, articolate nel “Manifesto” e nell’”Appello” che approveremo a conclusione del Convegno e che vogliamo trasmettere alla stampa, all’opinione pubblica, alle istituzioni politiche, alle associazioni rappresentative degli andati e dei rimasti. Per dare un nostro modesto contributo propositivo alla riflessione sul nostro presente e il nostro futuro, stimolare il dibattito e la consapevolezza sulla necessità di fare qualcosa per la sopravvivenza di una comunità vivente e della sua eredità culturale.

Abbiamo voluto coinvolgere, in questa prima fase, gli esponenti della cosiddetta “società civile”: intellettuali, scrittori, poeti, storici, ricercatori, esperti e studiosi di varie discipline per focalizzare i problemi e individuare soluzioni, suggerimenti e proposte.

Alle strutture rappresentative delle nostre associazioni, ai politici, alle istituzioni, che sono e saranno inevitabilmente coinvolte nel dibattito, spetterà il compito di approfondire la riflessione su questi temi e di dare, se lo vorranno, delle risposte. L’apporto dei partecipanti al nostro Convegno è complementare agli sforzi che vanno compiendo - fra mille difficoltà e resistenze - le istituzioni, gli altri soggetti interessati; le nostre idee e i nostri suggerimenti non sono contro, ma “per” qualcosa; quel qualcosa che ci dovrebbe accomunare tutti.

Alcune delle nostre proposte potranno sembrare utopiche o irrealizzabili, altre appariranno ovvie e scontate, altre, ancora, agli occhi di qualcuno, potranno apparire insufficienti. Questo è solo un piccolo elenco, senz’altro incompleto, delle tante cose che si potrebbero fare, delle linee future lungo le quali muoverci, del “possibile” da immaginare per salvare una comunità e la sua cultura.

Il nostro va visto come un primo passo, un contributo all’affermazione di una maggiore sensibilità e consapevolezza, a tutti i livelli, su quella che consideriamo la vera Questione: la continuità, il futuro della presenza italiana nell’Adriatico orientale.

Vi è, forse, in questi nostri assunti, l’ingenuità e il tormento dovuti alla “solitudine del sognatore”, di chiunque tenti di sfuggire all’omologazione, all’inevitabilità del “qui ed ora”. Ma, come ci insegna Miguel de Cervantes, che vedremo citato anche nel straordinario intervento di Nelida Milani Kruljac, “Un eccesso di ragionevolezza può essere follia, e la cosa più folle di tutte è vedere la vita com’è e non come dovrebbe essere”.

Vi è però anche un altro punto fondamentale: qual’è oggi la reale coscienza dell’importanza e dell’urgenza di queste istanze tra le file della comunità italiana in Istria, Fiume e Dalmazia e delle associazioni degli esuli in Italia e nel mondo? I soggetti di queste istanze e di queste speranze, i soci e i rappresentanti delle nostre associazioni, ci credono veramente? In che misura ci siamo assuefatti al “qui ed ora”, riteniamo che le cose vadano bene così come sono? Quanti di noi, poi, sono sinceramente convinti che non ci sia nulla da fare; che il destino della nostra comunità sia già segnato da tempo?

Oltre a formulare proposte e idee per immaginare il futuro dobbiamo dunque chiederci se conquistarci un domani, dare continuità ai valori della nostra cultura e tramandarla ai posteri è quello che realmente vogliamo, se sia un desiderio condiviso.

Siamo dei Don Chisciotte lanciati contro i mulini a vento? La nostra minoranza e la realtà associativa degli esuli sono solo una mera rappresentazione, un infingimento, la quinta di un palcoscenico vuoto? Siamo convinti di no. Ma le debolezze, le divisioni e le contraddizioni del nostro mondo comunitario ci rivelano, in molti casi, l’esistenza di un irrefrenabile “cupio dissolvi”, un’inclinazione all’autodistruzione.

“Nihil difficile volenti” dicevano i latini. Nulla è arduo per colui che vuole. Ecco, il punto è questo: per salvarci dobbiamo volerlo.
Non ci preoccupano soltanto gli ostacoli della politica, i rigurgiti dei nazionalismi, il silenzio dell’indifferenza, la proverbiale e collaudata inclemenza della storia. Dovremo innanzitutto preoccuparci (e occuparci) del livello di coscienza e consapevolezza degli attuali eredi dell’italianità di queste terre: capire quali siano le reali aspettative, la voglia di sopravvivere, di avere un futuro come “comunità di destino”, della nostra gente, dei nostri giovani.

Noi siamo un insieme di individui, con le nostre pulsioni, i nostri valori, le nostre identità. Ma latita la forza, la coscienza di far parte di una collettività condivisa, di una “comunità”, di una “polis”.

La nostra maggiore debolezza sta forse qui: nei vuoti della nostra classe dirigente, nella gracilità del gruppo intellettuale preposto a rappresentare, formare, trasmettere la consapevolezza della nostra identità, e trasformarla in coesione, senso di appartenenza, volontà di essere una comunità di destino.

Abbiamo bisogno di figure morali che insegnino ai giovani questo senso d’appartenenza, l’orgoglio che ne deriva, i valori della nostra identità, a capire cosa siamo. Di un sistema scolastico che contribuisca a formare questa consapevolezza.

Le nazioni moderne spesso sono il frutto di “miti”, di “narrazioni. Anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo bisogno di una continua “autonarrazione”, di qualcuno che ci aiuti a formare la coscienza di appartenere ad una comunità indivisa, coesa, di anelare a un futuro.

Le identità, le appartenenze cambiano, si trasformano e possono scomparire. Ma è vero anche il contrario: quello che appare incerto, sopito, sotterraneo, può, in determinate condizioni, riaffiorare e rivivere. Abbiamo nel nostro seno il germe dell’autodistruzione e, insieme, quello della salvezza. La sfida sta qui: trasmettere messaggi, valori, insegnamenti, affinché la gente, guardandosi dentro, trovi la propria identità, possa compiere una scelta. La storia e il destino sono beffardi, capricciosi.

Cosa ci riserva il futuro? Non lo possiamo sapere; nulla è predefinito, niente è dato per sempre. Ed è per questo che non dobbiamo rassegnarci, dobbiamo continuare a sperare per dire ci siamo ancora, per affermare che sappiamo cosa è l’orgoglio di una piccola comunità spezzata e divisa.

 

 

 

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