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Il 20 febbraio 2018 Biagio Mannino, politologo giornalista e bloger, ha presentato all'Associazione delle Comunità Istriane di Trieste i risultati dello studio, effettuato fra 200 studenti di tre scuole d'istruzione secondaria della città. Scopo dello studio era indagare fra i giovani di 17 / 21 anni - età prescelta perché vicina al compimento della maggiore età - attraverso un questionario a risposte chiuse e aperte, se e che cosa è rimasto dell'identità istriana, dopo due generazioni dall'esodo.

Ne è sostanzialmente emerso un risultato molto articolato in cui i discendenti degli esuli non si sentono istriani ma triestini ed europei, sono pienamente integrati nell'ambiente cittadino, anche più dei non discendenti degli esuli.

Le tante risposte dei giovani sono state per me oggetto di grande riflessione e perciò, oltre che ascoltare la brillante e precisa descrizione dei risultati dell'indagine da parte del suo autore, ho voluto anche intervistarlo.

E dalla nostra conversazione è risultato quanto segue:

 

Dott. Mannino, come le è venuta l'idea di questo studio?

Mi è venuta quando ho sentito, proprio alle Comunità Istriane, a proposito dell'esodo istriano, l'espressione "genocidio culturale". Quest'espressione, molto forte, unita alla constatazione che nelle associazioni degli esuli i giovani non si vedono proprio né agli eventi culturali né a quelli social-conviviali, né partecipano ai viaggi in Istria organizzati dalle stesse, mi ha fatto pensare che il popolo istriano rischia di diventare un popolo da museo

Ciò ha suscitato il mio interesse e la curiosità di scoprire se e quanto era rimasto dell'identità istriana nei nipoti degli esuli, cioè tre generazioni dopo l'evento.

 Come mai si è rivolto alle scuole anziché scegliere qualche altra struttura o addirittura intervistare dei giovani per le vie della città?

Perché le scuole sono una struttura organizzata, che mi ha consentito di svolgere la ricerca più facilmente di altre o della strada, grazie alla disponibilità ed attenzione dimostrata dagli insegnanti.

Fra i dubbi che mi sono venuti ascoltando i risultati della sua ricerca, c'è quello che mi sembra che parlare, in questa situazione, di identità istriana, sia discutibile, perché se lei facesse a me, che sono un'esule di prima generazione, la domanda: Lei, si sente istriana? Io le risponderei: No, ma non mi sento neppure triestina.

Questo accade perché una specifica identità, in questo caso quella istriana, deriva da un insieme di identità.

Ma, nei giovani, una domanda di questo tipo non può generare confusione?

No perché essi identificano istriano "andato" con italiano e, quindi, con un'identità ben delineata.

 Da che cosa ha dedotto quest'affermazione?

 L'ho dedotta dalle risposte che i ragazzi hanno dato. Infatti le domande a risposta chiusa si integravano con altre a risposta aperta permettendo così interpretazioni più ampie e precise.

 Ma anche un croato può essere istriano

Sì, perché l'identità istriana è eterogena. L'Istria è un esempio di quella complessità europea fatta di popoli, culture e tanto altro ancora. Le difficoltà si verificano nel momento in cui subentrano le contrapposizioni.

 Gli esuli, i nonni, sono in qualche modo responsabili di questa perdita dell'identità istriana dei nipoti?

In un certo senso, anche se inconsapevolmente, si può dire che lo sono, sia quando hanno taciuto la loro esperienza sia quando ne hanno trasmesso la grande sofferenza provocando il mantenimento del dolore anche nei nipoti e con questo il loro allontanamento. Sono effetti questi che rientrano tra le possibili conseguenze di eventi di questa portata.

Ma il silenzio e la sofferenza dell'esodo non è stata trasmessa in tutte le famiglie, anche perché le ragioni dell'esodo, le sue modalità e il suo vissuto sono molto personali e diversi. In questi casi, perché, secondo lei, i giovani non sono presenti nelle nostre associazioni?

Perché sono ambienti che non li attraggono in quanto vi si respira un'atmosfera nostalgica, rivolta al passato, e in particolare a quel doloroso passato, mentre i giovani sono e vogliono essere proiettati verso l'avvenire; sono ambienti che non considerano adatti a loro, in quel particolare momento della loro vita.

Dal momento che non si può intervenire sul passato, cosa si può fare, secondo lei, in avvenire?

Questa è una domanda che definirei più che difficile, complessa.

Le possibilità di intervenire positivamente ci sono ma la volontà sembra essere nascosta.

Io potrei suggerire l'instaurazione di tranquille e frequenti relazioni tra andati e rimasti; un maggiore dialogo e una progettualità comune tra le diverse associazioni di esuli, cioè un lavoro di squadra rivolto al futuro.

Qualche tentativo c'è ma, dopo poco, ci si accorge che si è perso nel nulla.

È un vero peccato poiché basterebbe maggiore serenità nell'affrontare le situazioni per incominciare a vedere qualche giovane arrivare, attratto proprio dal senso istintivo di voler conoscere la propria storia, le proprie origini.

[Intervista di Carmen Palazzolo]

Ascolta il podcast dell'intervista al dott. Mannnino a RAI3 FVG del 2 marzo 2018

"A 70 anni dall'esodo, i nostri nipoti si sentono istriani?", l'interessante studio di Biagio Mannino, che ha intervistato sull'argomento 200 giovani delle scuole medie superiori di Trieste.

 

 

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