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il blog

dei liberi pensatori

di Carlo Cremonesi

Correre è il verbo che più di ogni altro tratteggia il tempo attuale, ancor più e meglio se posto nella forma imperativa. A parte il suo uso compulsivo, incuriosisce il concetto di tempo che sottende: non è evidentemente quello reale cadenzato dalle lancette dell'orologio, ma piuttosto un tempo diverso, quasi un tempo altro che obbliga ad essere veloci e non con un'andatura costante ma in accelerazione e senza sosta. Questo tempo ha persino assunto la funzione di unità di misura, a tal punto che le distanze non sono più descritte con il valore metrico della lunghezza, ma in tempi di percorrenza, tanto più apprezzati quanto più celeri; così come, altro esempio, ogni attività umana non è temporizzata dalle sue difficoltà, ma dai tempi di realizzazione che devono essere sempre più brevi, cioè sempre più veloci.

Questa velocità è il ritmo della globalizzazione. La diffusa mobilità delle persone, dovuta alla velocizzazione dei viaggi e ai confini fra Stati sempre più labili e alla intrigante mescolanza fra culture diverse, fa percepire nazioni e continenti come un unico spazio globale privo di intoppi, da percorrere agevolmente e velocemente per averne la più ampia conoscenza nel più breve tempo possibile. Questa velocità è figlia dello sviluppo tecno-scientifico la cui produzione, in continua innovazione, si riversa velocemente sul mercato, persino con modelli incompiuti in preannuncio della definitiva versione. Questa velocità accelerata sta nell'azione dei sistemi informatici che processano i dati di un qualunque problema in un batter di ciglia e riversano in ogni luogo una massa di informazioni a tutto campo in tempo reale. Questa velocità, quindi, da parametro fisico pare essere assurta a categoria culturale ed infatti, in relazione sincrona con i ritmi accelerati del momento, le idee non devono indugiare, le opinioni devono acconciarsi con immediatezza alle variabilità del presente, le decisioni devono essere rapide, le azioni non possono traccheggiare.

Questo impeto che tutto ammanta è ben raffigurato dalle macchine robot, quale che sia la loro foggia e dimensione e funzione, che, a differenza degli uomini, lavorano instancabili in velocità e precisione. Non sembra che, al momento, abbiano raggiunto il loro limite di sviluppo, né si intravede quale esso possa essere, a parte le dinamiche del mercato di consumo e le variegate esigenze dell'organizzazione industriale e produttiva. Similari rivoluzioni ci sono state anche in passato, basti solo pensare all'invenzione della macchina a vapore, dell'elettricità, della meccanizzazione in agricoltura e nell'attività industriale; ma, la loro dinamica temporale ha normalmente permesso, pur tra qualche resistenza, l'elaborazione del cambiamento, l'esperienza adattativa alle trasformazioni e, quindi, la debita riorganizzazione in ogni ganglio sociale. L'attuale rivoluzione tecnico-scientifica sforna a velocità supersonica non apparecchi meccanici in senso lato tradizionali, ma congegni elettronici gestiti da software, inimmaginati sino a circa metà dello scorso secolo e oggi socialmente invasivi. Non solo. L'altra sua specificità sta nel fatto che le novità prodotte si susseguono velocemente al punto che una sola generazione, nel suo arco temporale, ne dispone di innumerevoli.

Mentre l'attività di scienza, tecnica e informatica, oggi pure sensibile alle esigenze del profitto, avvera progetti che nella generale opinione vengono subito e pragmaticamente accolti come buone invenzioni, e per non pochi aspetti lo sono, c'è che la questione del loro impatto sociale non smuove alcuna attenzione e, pertanto, i grandi e profondi cambiamenti culturali e strutturali indotti nella società con inusitata velocità sono vissuti con una certa impassibilità, se non persino con un certo fatalismo sociale. Quindi, non si rileva che l'accelerata velocità e l'automazione interagiscono con l'attuale sistema sociale, a varie ragioni complesso e in un contesto globalizzato non ancora armonioso, determinando fenomeni non del tutto prevedibili e non lineari. Rimane sotto traccia il fatto che la velocità mentre non è connaturata all'uomo, la cui bio-cultura è legata ai lenti ritmi della natura, si è oggi trasformata in un suo bisogno primario. Questo ha sensibilizzato la sua percezione di instabilità, da cui scaturisce un certo senso di disorientamento e precarietà, che poco o niente aiuta a comprendere pienamente l'aumentata realtà dovuta alla sovrapposizione delle informazioni e animazioni della virtualità telematica.

Il mondo virtuale di internet ha prodotto l'obsolescenza dei tradizionali reali luoghi d'incontro e discussione fra persone, concretamente legati alle dimensioni di spazio e tempo. Nel contempo, in rete l'accesso è sempre possibile, è libero e gratuito. La rivoluzione informatica ha reso la comunicazione sempre possibile e praticamente illimitato lo scambio di informazioni, che nell'insieme costituiscono una vera e propria banca dati. Paradosso di questa condizione è che a fronte di un'enorme massa di informazione, cui ognuno può contribuire e attingere in qualunque momento e a qualunque ragione in breve tempo, più che il sapere viene alimentata la semplice conoscenza. Sapere è un complesso di conoscenze fra loro sistematizzate, un processo di acquisizione intellettuale, un cammino esperienziale interiore e spirituale. La conoscenza è un insieme di informazioni subito percepite come esaustive e, quando acquisite, trasmettono un senso di appagata familiare competenza. Questa è la tipica conoscenza da contatto sui social media che chiede una semplice adesione emotiva all'informazione detonante e, in questo senso, può essere detta un'informazione circa che come tale può sconfinare nella credenza, cioè in una persuasione credibile apparentata al semplice senso comune senza la preoccupazione di alcuna argomentazione e razionale verifica. La ricerca in internet sta nel verbo navigare. Navigare significa possedere una specifica competenza e diverse cognizioni: delle carte nautiche, della meteorologia, del mezzo su cui si naviga, della rotta da seguire, dell'approdo verso cui si è diretti; ma, nel mondo informatico questa azione non pare praticata allo stesso modo, infatti: l'internauta non d'altro sembra rassicurato se non dalla sua capacità di smanettare il suo strumento informatico e di orientarsi con sapienza tra le sue tante funzioni. Egli scorre con indifferenza e a salti la grande quantità di informazioni che il suo click scarica sul display in una frazione di secondo e, abbacinato da una miriade di stimoli, si sofferma brevemente su ciò che cattura subito la sua attenzione senza alcun riguardo alle fonti e alla verità del contenuto e, altresì, senza cura per il condizionamento dei suoi peculiari stati d'animo e del suo specifico bisogno del momento.

Tutto ciò, comunque, non pare disorientarlo giacché è gratificato dalla simultanea presenza dei corrispondenti like, che misurano la rete del suo seguito. Questa rete, però, è una relazione virtuale, un legame deresponsabilizzato perché privo di umanità ed empatia. In questa vicinanza simulata il dialogo è cadenzato dal tocco delle dita sulla tastiera essenzialmente espresso nell'alternativa binaria "si/no" e con linguaggio basico che ignora la forza argomentativa della parola. Qui si istituisce la fondamentale disuguaglianza sociale: il disuguale sapere! La libertà della rete non discrimina fra le fonti dell'informazione, pertanto ha appiattito ogni competenza specifica e professionale, proprio perché ognuno può pubblicare informazioni semplicemente verosimili, esporre pubblicamente le proprie idee e convinzioni senza dar prova di possedere o no le correlate competenze. Quindi, nell'assenza di qualsivoglia mediazione è l'autorevolezza del sapere ad essere destrutturata. In rete, in difetto di controlli, agiscono indisturbate anche agenzie d'informazione che, padroni degli algoritmi, hanno il potere di elaborare e espandere in rete saperi e conoscenze in modi e formulazioni diretti a fare leva su quei pregiudizi e rifiuti che normalmente fanno parte della biografia di ciascuno, ma essendo magari inconsapevoli e quindi non culturalmente elaborati, emergono ogni qual volta vengono vellicati. Questa pandemia di fatto ingloba la libertà della rete e, inevitabilmente, apre lo spazio per una certa uniformità, se non persino omologazione, di pensiero; d'altra parte, il navigatore abituale trova a sua disposizione conoscenze ben confezionate e non avverte alcun richiamo del dubbio, il cui tempo di riflessione, peraltro, cozza con quello accelerato di oggi.

Eppure, verso questo garbuglio lo sguardo deve rimanere realisticamente ottimista. Inimmaginabile lottare contro le nuove macchine (si pensi al fallimento del luddismo in Inghilterra, inizi XIX secolo) ed è inattuabile un qualunque freno al progresso. Se tecnica e scienza sono in natura neutri, si deve però rifiutare l'utilizzo pigro e acritico delle tecnologie poste nelle nostre mani. Si deve prendere consapevolezza che dalla veloce connessione sociale si è con altrettanta velocità transitati alla sola connessione dei mezzi sociali, che sta emergendo una realtà complessiva che non è frutto della libera immaginazione creativa umana, ma è un nuovo modellato essenzialmente dall'azione tecno-scientifica in assenza di una qualunque valutazione morale ed etica. La mente umana non può sottostare all'azione dell'algoritmo, perché i suoi processi sono più complessi e le relazioni di sintesi tra ricordi e nuovo apprendimento seguono vie ben più articolate di quelle che guidano una formula matematica. Si deve riscoprire il senso dell'autorità e la positiva funzione mediatrice degli esperti non armati del semplice pratico uso del buon senso. I paradigmi scientifici e gli algoritmi, che sono la mente virtuale della rete, devono aiutare a crescere, cioè a uscire dalla comodità banalmente confermativa ed entrare in un sano confronto conflittuale, abbandonare il cinico individualismo e rientrare nella umana collettività reale, dove agiscono le emozioni dell'anima. L'utopia per un mondo migliore, sempre possibile, sta essenzialmente nel darsi il tempo per ritornare a elaborare idee e convinzioni, nel darsi il tempo per farsi soggetti di questa inedita rivoluzione informatica e contrastare i suoi tendenziali esiti di divisione e conflitto perché privi della reale vera dimensione umana.

 

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