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il blog

dei liberi pensatori

dove Isabella Flego, autrice del volume "Memorie da sopra l'Equatore", del quale Silva Bon scrive in "Letteratura" di questo blog, parla della sua esperienza in Africa

Nominare e narrare i luoghi visitati e le persone incontrate vuol dire conservare il loro valore, rivivere le emozioni e dare un’anima, quella che si qualifica nelle parole, al vissuto.
Le migrazioni di questi tempi continuano a scavare fosse profonde: da una parte ci sono “loro”, i migranti i diversi, e ognuno di loro è solo con se stesso; dall’altro lato siamo noi, in tanti, incapaci di allungare la mano dell’accoglienza, forse influenzati dalla politica che non ha frenato la nascita di tante brutture, dimenticando che tutti nasciamo alla vita e che è solo l’ignoranza a creare mostri e spauracchi. Purtroppo le istituzioni non provano né vergogna, né rimorso, né gratitudine e neanche benevolenza. A volte sanno pure scomparire come una falce di luna calante che si nasconde dietro una collina.

 Ed è proprio perché io, trovatami nella veste di diversa tra i Neri del Ghana, mi sono sentita ben accetta, sono stata rispettata quale donna madre e ho potuto sviluppare il senso di libertà, che mi era mancato nel mio paese di regime, voglio ricordare quel soggiorno. All’inizio le domande erano più numerose delle risposte e c’è stato qualche momento di disagio, ma col passare del tempo ogni chilometro percorso in Ghana e in altre parti dell’Africa, mi ha regalato un poco di conoscenza per comprendere il presente e il passato in modo più acuto. Sono consapevole che non sempre le parole sono in grado di farsi capire e di capire gli altri. Spesso non sono sufficienti, come nel caso di trovare una spiegazione al detto di tante occasioni, specialmente quando i Neri devono giustificare le brutture subite, “God is there!” Pure a me avevano insegnato da bambina “L’occhio di Dio è ovunque!” Ma quell’occhio non mi aveva trovata nella miseria…

Oggi siamo in balia l’uno dell’altro. Guardiamo i tanti sentieri della disperazione umana, senza essere capaci di farli convergere sulla strada della verità. Tra i Neri, sono andata più volte col pensiero a quel resistente filo di dignità dei miei genitori di fronte alla miseria, che ancora oggi mi commuove. Ho condiviso tanto. E nella condivisione il sentiero praticato diventava un paesaggio con dei tratti noti da ritrovare in altri momenti.

A distanza di anni continuo a chiedermi: “Ho capito veramente quello che ho avuto modo di vedere in quel mondo in cui ero presente per cinque anni? Una cosa, però, l’ho imparata: i Neri hanno dignità anche quando sono costretti a vivere una vita miserabile e fanno parlare gli antenati, le divinità di legno o di pietra, buone o cattive che siano, con la stessa lucidità e chiarezza delle parole degli esseri umani. Con le danze e i loro tamburi parlanti, che vibrano in mezzo a tante corde stonate del mondo contemporaneo, i neri vedono al di là delle parole e ascoltano le voci della natura e sono voci vive. I secoli di colonialismo li hanno liberati da ogni illusione e dall’impazienza dell’attesa. Con la saggezza ponderano a lungo. Sanno che nei gesti di bontà con il tocco di superiorità, sotto sotto c’è il disprezzo.

Guardo a quella vita passata come ad una città lontana immersa nella nebbia, con la paura di perderla, come una volta avevo perso nel sonno il volto di mia madre e mi ero svegliata angosciata e impaurita. In quella città lontana, tra i tanti ricordi, ritrovo mumy Rose la venditrice, (al Central market), il cui raccontare aveva l’aspetto dell’alba, di una giovane aurora che guarda verso l’orizzonte lontano. Rose si godeva la sua civiltà e la bellezza di essere nera e le tante manifestazioni originali legate ad antiche credenze e costumi. Io mi godevo la bellezza della sua anima e di una terra che tanta gioia mi dava.

Le mie visite al mercato erano di solito settimanali. Tornavo da mumy Rose, a sedere sul bordo del suo vivere quotidiano tra la vita e un sogno di futuro per i figli che le scorrazzavano intorno, a volte proprio per testimoniare le mie fratture interne. Lei era diventata un simbolo di libertà. Libertà di pensiero, di parola, di religione e di movimento. Ciò doveva aiutarmi a vincere le ombre, nate nel paese pieno di sole, che in silenzio si adunavano cariche di missione: decifrare e cancellare il tedio dei dogmi, rivedere le orme lasciate dall’educazione di regime e i passi compiuti, per aprirmi nuove porte e liberarmi da una specie di prigionia, nella quale vissi da apparente figlia del mondo. Ad un certo momento mi sono vista vestita di me stessa e plasmata, come nell’infanzia, dal latte materno.

“Gloria alle differenze” se in ciò che ci separa fremono appelli di giustizia e di umanità.


Isabella Flego
Capodistria, 19 febbraio 2018

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