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La storia censurata dei crimini fascisti in Jugoslavia di Giacomo Scotti

Il volume narra una storia dell'Italia del XX secolo sconosciuta ai più benché sia già stata ampiamente narrata da storici croati e anche italiani. 

Si tratta dell'invasione della Jugoslavia.

Essa faceva parte del progetto espansionistico del fascismo mirante al controllo del Mar Mediterraneo per cui, dopo la conquista dell'Albania (1939) e quella della Grecia (1940), si passò all'occupazione della Jugoslavia. La campagna iniziò il 6 aprile 1941 con un devastante attacco aereo germanico sulla capitale jugoslava, a cui seguì una rapida e agevole avanzata delle Panzer-Division tedesche che sbaragliarono ogni resistenza dell' esercito jugoslavo.

 

Il libro di Scotti si sofferma in particolare sulla conquista di una parte dell'ex Jugoslavia, e cioè di oltre la metà della Slovenia e di un'ampia parte della croazia a partire dalla provincia di Fiume fino al Gorski Kotar, che è un vasto altopiano, che si estende fra la Slovenia e il litorale quarnerino, oltre alle isole di Arbe e di Veglia.
Va rilevato che la maggioranza della popolazione residente nel territorio conquistato era croata, secondariamente slovena e che gli italiani erano singole persone per lo più residenti nei centri maggiori. Un altro dato importante è costituito dal fatto che la maggioranza delle autorità italiane e delle forze dell'ordine: soldati, carabinieri e guardie di frontiera, e anche insegnanti, erano dell'Italia centrale, che nulla sapevano della millenaria convivenza di quelle popolazioni di confine, di etnia, nazionalità e religione diversa che non impediva, ad esempio, agli abitanti del villaggio di Podhum, distrutto dagli italiani, di recarsi fin dall'epoca dell'impero austro-ungarico e anche dopo la prima guerra mondiale, di scendere a Fiume per vendere i loro prodotti agricoli, il latte e la legna.
Fin dall'inizio dell'occupazione la politica adottata dalle autorità italiane nei confronti della popolazione croata e slovena fu di imposizione dell'italianità chiudendo le scuole croate e slovene e aprendone altre esclusivamente in italiano e dove si doveva parlare esclusivamente in questa lingua ed era proibito usare quella croata o slovena. Era inoltre proibito nel modo più assoluto parlare in lingua slava nei ritrovi pubblici, nei negozi di qualsiasi genere, per le strade “altrimenti – diceva il manifesto affisso per le strade e qui riprodotto – con metodi persuasivi faremo rispettare il presente ordine”.
Furono inoltre italianizzati i nomi di tutti i paesi. A tutto ciò va aggiunto l'ammasso obbligatorio dei prodotti alimentari e il razionamento dei viveri, che portò a condizioni di vita disagiate da cui derivò l'ostilità della popolazione verso il regime fascista e l'Italia.

“In tale situazione – scrive Scotti – facendosi interprete dei sentimenti della popolazione, fino a quel momento ignara perfino che esistesse un Partito Comunista, i comunisti, in tutto 17, operanti nella clandestinità nel territorio, presero a fare aperta opera di reclutamento moltiplicando il numero dei simpatizzanti e indirizzando il malcontento verso la Resistenza”. I dissidenti si rifugiarono nei boschi per sfuggire alle rappresaglie militari; da lì poi scendevano per azioni di guerriglia verso gli stranieri occupatori.

Le autorità italiane reagirono dapprima con azioni di rastrellamento degli imboscati, arresto e internamento nei campi di concentramento in Italia dei loro parenti e collaboratori. Molto presto le reazioni delle autorità diventarono però ancora più aggressive e già nel novembre e dicembre 1941 nelle zone del Quarnero e del Gorski Kotar ci furono delle vere e proprie operazioni terroristiche contro le popolazioni con fucilazioni di singoli e di gruppi di persone, saccheggi e incendi di abitazioni seguite da deportazioni. In un crescendo di orrori, le rappresaglie culminarono nell'eccidio del villaggio di Podhum, motivato dall'uccisione da parte di ignoti partigiani dei due maestri Renzi, ed eseguito con ferocia da un grande dispiegamento di truppe, che lo storico croato di Fiume Ivan Kovačić, ex direttore dell’Istituto storico del Movimento di Liberazione di Fiume, nel suo libro Tragedija sela Podhum (= La tragedia del villaggio di Podhum), così descrive:
“Fin dalle prime ore del mattino del 12 luglio, un reparto di 250 soldati, con cinque carri armati, accerchiò il paese. Mentre il grosso manteneva l’assedio, alcune decine di soldati entrarono a Podhum, affiggendo manifesti con i quali si comunicava alla popolazione l’imposizione del coprifuoco con il divieto di qualsiasi movimento dalle 8 alle 10 del mattino di quel giorno. Conclusa l’affissione, i soldati presero ad entrare nelle case cacciandone fuori tutti i maschi dai 15 ai 65 anni di età. Senza molte parole, ma puntando minacciosamente le armi, raccolsero duecento uomini, spingendoli fuori dal paese.
…. Poco dopo, di fronte alle vittime predestinate, si presentò il comandante della stazione dei Carabinieri di Jelenje, Luigi Menaldo, che estrasse dalla borsa d’ordinanza alcuni fogli e prese a leggere i nomi dei morituri, dichiarati parenti stretti di “banditi ribelli” e perciò condannati a morte. Questi, fatti uscire dalle file, vennero successivamente fucilati cinque alla volta. Mentre erano in corso le fucilazioni, il villaggio venne saccheggiato e poi incendiato. Il fuoco distrusse esattamente 370 case di abitazione e 124 altri edifici. Oltre mille capi di bestiame grosso tra pecore, mucche, cavalli e maiali, e 1300 capi di bestiame minuto furono portati via. Infine 889 persone, ossia 185 famiglie, finirono deportate nei campi di internamento in Italia: 208 maschi anziani, 269 donne e 412 bambini... “
Soltanto due persone si salvarono con la fuga.

Promotore di questi eccidi nell'ambito delle ordinanze ricevute dal Governo italiano, interpretate anche troppo crudelmente, fu il prefetto della Provincia del Carnero Temistocle Testa.
Per i suddetti eccidi nessuno fu punito.

Lo sterminio aveva l'intento della “bonifica” del territorio della popolazione alloglotta per sostituirla con coloni italiani. Il progetto ebbe termine con l'armistizio dell'8 settembre, che vide la fine del fascismo in Italia e liberò dai campi di concentramento sull'isola di Arbe e in Italia le donne gli anziani e i bambini sopravvissuti.

Molte pagine del volume sono riservate alla descrizione della vita dei deportati nei campi di concentramento, e in particolare in quelli di Kampor, sull'isola di Arbe, e in quello di Gonars, in provincia di Gorizia, in Italia, qui io mi limiterò a riportare la generica descrizione che segue suggerendo la lettura del volume a chi vuole approfondire la conoscenza di questa pagina di storia.

“Dappertutto, sia nei campi in Italia che ad Arbe, il trattamento degli internati civili slavi fu spietato; ad Arbe fu addirittura peggiore di quello riservato ai deportati in certi campi nazisti. Alla privazione della libertà qui si aggiunsero le malattie, il sovraffollamento, le precarie condizioni igienico-sanitarie, i maltrattamenti e soprattutto la fame estrema”.

Roma: Red Star Press, 2017. Collana: Unaltrastoria – Pagine: 256 pp .


Carmen Palazzolo

 

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