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dei liberi pensatori

RICEVIAMO QUESTO GRADITO MESSAGGIO IN RICORDO DI QUANTO AVVENUTO IL 15 FEBBRAIO DI QUEST’ANNO, LA DEPOSIZIONE DELLE SPOGLIE DEL SENATORE RICCARDO GIGANTE E SINDACO DI FIUME, COME ERA AUSPICIO DEL VATE –  PRESSO DI LUI AL VITTORIALE – I  SUOI I RESTI SONO STATI INDIVIDUATI VICINO AL LUOGO – RIMASTO IGNOTO PER TANTI ANNI – DOVE ERA STATO TRUCIDATO ASSIEME AD ALTRI ITALIANI IL 4 MAGGIO 1945.

UN RICORDO FIUMANO E ITALIANO!

A Riccardo Gigante e a tutti i caduti senza croce e umana giustizia delle terre istriane fiumane e dalmate

 

Fiume,  4 maggio 1945

La fine di Riccardo Gigante

Nella sera si ode l’eco ormai spento delle bombe,

ancora il tonfo cupo di una granata e poi il silenzio. 

Il vento porta cenere da Santa Caterina.

Il monte e il mare

presto torneranno quieti.

Le onde del Quarnaro

disperdono dubbi di interi anni.

La battaglia non ha più forma

e non è nostra la vittoria.

Verso la Torre Civica vanno incontro

I partigiani slavi con la stella.

Scendono guardinghi da Drenova

nella città muta, sgomenta.

Io che studiai la storia e le leggi,

gli usi e i costumi, la lingua avita.

Io Riccardo Gigante, la cui voce

dichiarò forte e decisa

la libertà italiana di Fiume

solo, sconfitto

guardo oltre i vetri delle finestre

senza più speranza, né timore

la città Olocausta.

Come l’Eneo che scorre veloce incontro al mare

dovrò presto cadere,

ritornare al mistero

che ci rende tutti uguali.

La notte impallidisce ovunque

La fredda morte mi cerca.

Battono stivali stranieri le calli

della Cittavecchia,

solo il ferro fa eco al silenzio

voci nell’ombra si rincorrono.

Io che desideravo essere soprattutto uomo di libri,

di arte, di poesia, di storia e di civiltà,

tra breve giacerò nell’umida e nuda terra.

Andrò incontro al mio destino

senza cercar la fuga

Orgoglioso mi presenterò

a chi vuol cancellare  Fiume.

Armi, divise, corone

della nostra Patria

da tempo ci hanno abbandonato.

Il cerchio degli eventi si sta chiudendo

Finalmente scopro la mia sorte,

la forma che Dio

sapeva dall’inizio.

Nello specchio delle prime luci

scorgo il mio volto eterno illuminarsi.

Il calpestio dei passi, le ombre dei mitra

Un urlo rivolto alle scale

L’indice puntato

sul mio petto

Vogliono me e i fiumani.

Mi spingono lungo le scale

mani ruvide

fin dove si apre la strada.

Siamo forse una decina,

fratelli in un’unica fede

che il piombo e l’acciaio delle lame dilanieranno.

Passano veloci i pochi attimi di vita

camminiamo verso il colle di Castua

Muti con i volti chini

entriamo nella cittadina.

Lungo le mura diroccate

di una vecchia chiesa

ci fermano rauche voci straniere.

Rimaniamo fermi, in piedi, silenziosi.

Brilla ancora nel cielo qualche rara stella.

I nostri occhi fissi sui carnefici

in attesa della fine.

Un ultimo grido  ancora si leva fra noi a salutare l’Italia!

Siamo ancora vivi.

Ecco il primo colpo,

ne segue un altro

e un altro ancora!!

Ecco il duro piombo

a squarciarmi il petto..

Ecco il freddo coltello

conficcarsi nella gola.

 

Marino Micich

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