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TRIESTE CITTA' DELLA CULTURA
ha ospitato il 14 dicembre 2018 il convegno:
L'ISTRIA TRA LA FINE DEL GOVERNO ASBURGICO E IL REGNO D'ITALIA

di Carmen Palazzolo

Uno dei tanti eventi culturali che si svolgono quotidianamente a Trieste è stato quello organizzato dall'Associazione delle Comunità Istriane sul tema: “L'Istria tra la fine della dominazione asburgica e il regno d'Italia”, che è stato tenuto all'IRCI, in via Torino n. 8.

 Ben nove sono stati i relatori che si sono alternati, col coordinamento degli storici Raoul Pupo al mattino e Diego Redivo nel pomeriggio, per trattare La Grande guerra: un conflitto totale (Fabio Todero), Dal Ribalton dell'Austria all'avvento del Fascismo (Silva Bon), Spostamenti di popolazioni e cambi di sovranità in Istria e a Fiume; la parentesi dello Stato Libero (Ezio Giuricin), Tra autodecisioni, 'redenzioni', occupazioni e rivendicazioni (Adriatico orientale, ottobre-dicembre 1918 (Kristjan Knez), I nazionalisti, una nuova classe dirigente per l'Italia (1920-1923), Irredentismo o politica adriatica? (Diego Redivo), Fedeli sudditi o irredentisti? Testimonianze dall'isola di Lussino (Patrizia Lucchi), La presenza della Chiesa in Istria (Pietro Zovatto), Condizioni sanitarie e salute pubblica in Istria nell'immediato dopoguerra (Rino Cigui), La componente croata dall'Austria-Ungheria al Regno d'Italia (Dean Brhan), Canti di Popolo nella Grande Guerra sul fronte orientale come mezzo di persuasione nazionale: dall'Istria alla Stiria (David Di Paoli Paulovich).

Riassumere in maniera significativa quanto esposto da nove storici in circa sei ore non è facile e pertanto io mi limiterò ad alcune considerazioni.

Il periodo storico preso in considerazione, che parte dalla fine della Grande Guerra, è caratterizzato da grandi cambiamenti in tutto il mondo occidentale e medioorientale dove, sotto la spinta dei nazionalismi, caddero quasi contemporaneamente tre grandi imperi: quello ottomano, quello sovietico e quello austro-ungarIco. Questo provocò grandi cambiamenti sulla scena internazionale, come ben ha descritto Ezio Giuricin. Dopo la prima guerra mondiale – egli dice - ampie regioni da sempre plurilingui e multiculturali, in cui da secoli si intrecciavano e convivevano etnie, lingue, culture e religioni diverse, in cui si sovrapponevano, nell’ambito di complesse relazioni sociali e economiche, varie nazionalità, sono state sottoposte ad un cruento processo di “semplificazione” etnica, attraverso l’espulsione di grandi masse di individui. Milioni di persone furono costrette ad abbandonare i propri insediamenti storici, come i tedeschi della Prussia orientale e occidentale, della Posnania e dell’Alta Slesia, dei Sudeti, dell’area del Volga o del Banato, i greci dell’Anatolia, della Cilicia e del Ponto, i polacchi dell’Ucraina occidentale, gli ungheresi della Slovacchia, del Banato e della Transilvania, gli italiani della Dalmazia. A cui vanno aggiunti il milione di greci espulsi dall’Anatolia negli anni Venti del Novecento, le numerose centinaia di migliaia di turchi e musulmani cacciati dalla Grecia, dalla Tracia, dalla Bulgaria, le espulsioni e gli eccidi di quasi un milione di armeni dalla Turchia e i trasferimenti forzati di milioni di persone di varie etnie all’interno dei territori dell’Unione Sovietica.

Ma non meno significativi furono i cambiamenti in ogni settore della vita civile all'interno degli Stati originati dallo sfacelo dei tre imperi sovra nominati. Di essi ci interessano in particolari quelli avvenuti nella penisola istriana. Essi furono caratterizzati, almeno da una parte della popolazione, dalla gioia per l'unione con la Madre-patria Italia e da grandi aspettative nei suoi confronti, a cui si univa la preoccupazione per la situazione dei reduci di guerra, molti dei quali invalidi, alla ricerca di un'occupazione; per la povertà conseguente all'abbandono delle campagne a causa della militarizzazione degli uomini validi e all'improduttività delle fabbriche, che durante la guerra erano state destinate alla produzione bellica e andavano convertite a quella civile. Ben descrive questa situazione a Capodistria – che possiamo considerare emblematica di quella nel resto dell'Istria - Silva Bon. La sua ricerca è tratta dalla stampa del tempo. Il periodico “L’Istria Redenta”, in particolare, illustra il lento e difficile processo di normalizzazione dell'esistenza cittadina, che comprende tutta una serie di provvedimenti per tenere sotto controllo l’ordine pubblico come la censura dei giornali e il bando contro coloro che sono trovati in possesso di armi. Ma denuncia pure il grave problema dello stato di indigenza in cui versano a Capodistria e nel capodistriano gli operai, i pescatori, i piccoli agricoltori, i maestri, gli impiegati, le vedove, gli orfani, e tutti coloro cui la miseria rende impossibile partecipare all’esultanza della patria redenta, per la mancanza di materie prime di sostentamento, come la farina, lo zucchero, la carne, il carbone, la legna …

Alla situazione si cerca di rimediare con provvedimenti pratici di pensioni e sussidi ai fuggiaschi, agli esteri, agli invalidi, alle famiglie di militari sotto le armi o tornati in famiglia per licenza illimitata o per congedo e agli studenti poveri del Ginnasio di Capodistria. Preoccupa vivamente infatti anche il problema dei giovani, che devono essere aiutati a ritornare ad una vita normale dopo le terribili esperienze della guerra, e quello dei molti ragazzi orfani. A questi ultimi cerca di provvedere il Pio Istituto Grisoni, gestito dai Padri Stimmatini di Trento e da suore, ospitando bambine e bambini a cui le famiglie non possono provvedere a causa di difficoltà economiche, dovute anche alla perdita in guerra del capofamiglia.

Ma, a fianco della descrizione delle difficoltà, dal giornale traspare pure un'atmosfera generale di liberazione e di gioia e la forte volontà di ripresa di una vita normale dopo i lunghi anni di guerra, che si manifesta attraverso a manifestazioni religiose, con la celebrazione di Messe di ringraziamento, ma anche a momenti più squisitamente culturali e diintrattenimento come spettacoli teatrali lirici e di prosa e feste da ballo.

Al convegno si è parlato però anche della situazione, in Istria, della Chiesa, di quella sanitaria e della presenza degli slavi. E non sono neppure mancati i canti di guerra, sui quali ha riferito il presidente dell'Associazione delle Comunità David Di Paoli Paulovich, che è uno dei maggiori, se non il maggior esperto vivente in materia di canti istriani religiosi e popolari.

Uno degli interventi degni di nota per me che sono un'esule dell'isola di Cherso, è stato poi quello di Patrizia Lucchi Vedaldi, discendente di esuli dall'isola di Lussino, dove nel XIX secolo si sviluppò, col favore del Governo asburgico e del clero croato, un forte antagonismo fra filo-croati e filo-italiani, che spaccò addirittura le famiglie, per cui il ricordo della situazione è ancora vivo fra i discendenti, in particolare del comune di Neresine. La Lucchi cerca pertanto di dare una risposta a quest'interrogativo attraverso la consultazione di numerosi documenti.

 

 

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